domenica 4 novembre 2012

SAPERE E CONOSCERE: RUOLO DELLA MATEMATICA


1) Introduzione
Al numeratore di una frazione si ponga tutto il sapere in certo campo, per es. quello fisico, accumulato in un ben determinato periodo: al denominatore figurino invece i dubbi, nello stesso campo e periodo, di cui si sia ben consci e desiderosi di chiarire. Il valore di questa frazione può ben essere definito conoscenza=sapere/dubbi ed ogni epoca storica ne sarà caratterizzata. A prima vista, soprattutto per coloro che non sono addetti ai lavori, si può essere portati ad affermare che la conoscenza non fa che crescere; in realtà ciò che cresce sempre è il sapere, ma vi sono lunghi periodi (e sarà forse così per sempre) in cui i dubbi crescono ancora di più, il che fa diminuire il valore della frazione. Altra facilmente prevedibile obiezione è che la definizione relativizza il concetto, reputato assoluto, di conoscenza, ma sostenere ciò renderebbe questa parola un semplice sinonimo di sapere mentre ora si ha un significato proprio. Tuttavia basta riflettere sul fatto che, oggi, ci consta esistere una criptica "materia oscura" di cui nulla sappiamo è che è quasi un ordine di grandezza più abbondante di quella che ci è nota. Non solo: basterebbe la materia nota per convincersi che l'espansione dell'universo, a causa della legge di Newton, dovrebbe avvenire a velocità decrescente, mentre essa avviene a velocità crescente, sintomo sicuro che, assieme alla materia oscura esiste anche una criptica "energia oscura", di circa un ordine di grandezza superiore a quella nota. Tutte queste oscurità si sono accumulate al denominatore in epoche recenti, assieme ad altre che è superfluo riferire, rendendo piuttosto anacronistici gli ottimismi esibiti da Bertrand Russel in seguito all'enunciazione della teoria della relatività di Einstein, che aveva diminuito il denominatore ed aumentato il numeratore in un modo mai visto prima (ne' dopo?). Nel secolo precedente, non per effetto d'un simile colpo di genio, ma in seguito al paziente accumulo di esperienze ben mirate di tipo galileiano, la conoscenza aveva raggiunto un valore altissimo (non era ancora stata scoperta la radioattività naturale) per cui Laplace poteva affermare che ormai il sapere fisico doveva concentrarsi non più sui fatti (tutti noti o pressoché, con ben pochi dubbi) ma sulla loro perfetta descrizione, il che richiede sviluppo matematico, soprattutto nel campo della risoluzione dell'equazioni differenziali. Purtroppo i dubbi prima accennati, non ne dipendono: non esistono eq. diff. che descrivano fatti oscuri: al contrario essi usciranno alla luce quando sarà possibile scrivergliele: la loro dettagliata risoluzione, che permette di prevedere comportamenti ancora non osservati, seguirà, eventualmente, nel tempo, come vedremo poi in altri casi.

2) Com'è che la ricerca fisica apporta, oggi, più dubbi che soluzioni?
Ciò accade perché i problemi del passato erano quelli dei principianti, dei fisici post-galileiani che osservavano un fenomeno, lo riproducevano in laboratori, nello stato più puro e perfetto che fosse loro possibile, poi misuravano le quantità in gioco, postulavano leggi che fossero in accordo col misurato e, infine, traevano da esse nuovi fatti. Quando essi si verificavano come previsto, si entrava nei libri di testo con una legge a proprio nome. Il prototipo di questo tipo di ricerca è il tentativo di Galileo di giungere alla legge di caduta dei gravi: non poté farlo perché non conosceva il calcolo differenziale. Newton, che lo istituì, vi giunse facilmente, il che non toglie che l'enunciazione galileiana: "gli incrementi di spazio percorsi in successivi uguali incrementi di tempo stanno tra loro come i numeri dispari"(1) sia corretta - l'unica possibile, benché complicata, con la matematica a sua disposizione - e dimostrazione di una sopraffina abilità sperimentale. Oggi la giustissima pretesa di purificare gli esperimenti, in modo che ciò non vi appartiene ne resti fuori, è inattuabile, nei casi più importanti, poiché:
-    la loro complessità (si pensi all'LHC del CERN di Ginevra) fa più apparire fatti nuovi che quantificare precisamente fatti noti (La complessità mal s'accorda con la purezza).
-    Quando, il che è oggi frequentissimo, non su esperimenti ad hoc - più o meno puri - ci si basa, ma su osservazioni astronomiche, relative a fatti avvenuti milioni di anni fa, si prende l'evidenza che c'è - che può non  avere nulla a che fare con quella che si desidererebbe ci fosse - nella speranza di dimostrare (o smentire) la teoria che sta a cuore allo scienziato, vera od opinabile che sia.
Ne deriva che la situazione odierna è l'opposto di quella dei tempi post-galileiani: allora la matematica, malgrado Newton e Leibniz, poteva non essere all'altezza di ciò che si desiderava descrivere, ma la sperimentazione era in una felicissima infanzia, oggi, grazie al computer il desiderio di Laplace è (quasi) sempre soddisfacibile, ma la sperimentazione trova difficoltà impreviste.

3)Un noto aforisma rinnovato
Un tempo si disse: purus mathematicus, purus asinus, ma non bisognava farci troppo caso: davanti a Pitagora, Euclide, Eratostene, come si fa a dire una cosa del genere? solo dei letterati (ad ultimo incarnati, in Italia, da Croce a Gentile) potevano, a torto, permetterselo. Essi pensavano, forse, che la matematica si riducesse all'uso del pallottoliere, ma, chissà, avrebbero anche potuto cambiare idea se ne avessero visto l'uso nei luoghi di vendita russi fino al secondo dopoguerra. Non molti anni fa si diceva, invece, con molta più ragione:
-    i Matematici parlano con Dio;
-    i Fisici parlano con i Matematici;
-    gli ingegneri meccanici parlano con i Fisici;
-    gli ingegneri civili parlano tra di loro;
e finiva lì. Poi il progresso portò delle aggiunte:
-    gli ingegneri informatici parlano col computer;
-    gli ingegneri gestionali parlano da soli;
-    gli ingegneri nucleari farebbero meglio a star zitti.(2)
Il posto d'onore ai Matematici, malgrado l'inizio sprezzante, non è più stato contestato ed è bene giustificarlo. L'origine potrà anche essere stata nel pallottoliere ma poi si è capita una grande verità: tutti i pallottolieri del mondo, tutte le volte che siano usati correttamente, dicono sempre 2+2=4, verità che neppure al buon Dio è dato di sovvertire(3) Trascinati da questo esempio semplice, ma fondamentale, si è anche capito, una volta che Gödel sia d'accordo sul caso specifico, che non v'è verità matematica, per complesso ne sia l'enunciato, che possa venire sistematicamente smentita da un'intervento supremo, compresa quella, terrore dei liceali, che parla dell'integrale di un fattor finito per un fattor differenziale(4) Non si vuole certamente entrare nella polemica tra chi erige la Matematica al posto di Dio e chi vede la Prima quale particella del Secondo - essa, molto visibilmente, è attuale tra gli addetti ai lavori - si vuol insistere sul fatto che il disvelamento, da parte degli uomini di eterne, universali, insostituibili verità è la più nobile delle sue attività con, in sovrappiù, degli aspetti utilitaristici senza paragoni. Così, una volta fondato il calcolo differenziale (denominato sublime in origine) non ci fu più alcuna difficoltà a rivestire di logica gli empirismi galileiani che la prima fisica ci offriva. Poi arrivarono delle eq. diff. veramente toste, come quella che descrive, in termini generalissimi, il moto dei fluidi naturali comprimibili (Navier) la cui soluzione, nei casi specifici un po' complessi, era una fida invincibile. Ma i Matematici (parlando con Dio?) avevano immaginato, ben prima di poterli attuare, dei metodi di risoluzione, in teoria aprossimabili a piacere, che attendevano solo l'invenzione di computer adeguati al loro impiego(5) Quando i progressi nell'elettronica(6) lo resero possibile, il problema della soluzione numerica delle eq. diff. più complesse discese d'un gradino:
-    i Matematici poterono concentrarsi sulla loro attività di ricerca pura - ovvero al colloquio con Dio - delegando ai Fisici ed agli ingg. la produzione di dati utili alla ricerca ed all'industria;
-    gli ingg. son solo, quando mecc., ne furono professionalmente agevolati, ma videro dissiparsi sanguinosi(7) contrasti coi loro dipendenti;
-    bene gli altri.

4) Uno sguardo ad un lontano passato
Vitruvio, giustamente, dice che gli acquedotti romani sono non meno imponenti, ma molto più utili, delle piramidi immote. Doveva anche essere modesto poiché non aggiunse che il valore dei suoi scritti ne era anche superiore, mentre quello degli scritti egiziani, era ben modesto. E, similmente, si può dire della supremazia degli scritti di Pitagora, Euclide, Eratostene, pur difronte all'eccezionale architettura greca contemporanea. E poi, com'è che Vitruvio nulla dice del Colosseo e del Circo Massimo o dei Templi di Roma? Le opere intellettuali dell'uomo sono dunque divisibili in almeno tre categorie confrontabili(?):
-    quelle scritte, che, cronologicamente parlando, vanno dai libri sacri all'epica, alla dimostrazione dell'ultimo teorema;
-    quelle tecniche di uso evidente: dagli acquedotti romani, ai canali di Suez e Panama, al tunnel sotto la Manica, ai ponti (ma non a quelli, libidinosi, di Calatrava);
-    quelle tecniche criptiche: le piramidi egizie e maya, i Budda afgani, i templi delle diverse religioni, il CERN di Ginevra ecc. (NB.: qui non si commenta la motivazione dell'opera nell'ottica di chi l'ha voluta, ma la sua giustificazione erga omnes).
Indipendentemente dai loro meriti assoluti - al più, ma solo in qualche caso, qui si faranno dei confronti - bisogna riconoscere, come già insinuato riferendosi a Vitruvio, che la prima categoria ha il grande merito di avere costi bassissimi o, se questo porre in gioco fattori economici non dovesse piacere, richiede sforzi immensi solo a pochissime persone (Avete mai pensato a quanti saranno crudelmente morti per erigere le piramidi o i monoliti di Stonhenge?).
Avendo dunque appurato che le tre categorie hanno proceduto in parallelo nei secoli, tanto che ce le troviamo ancora qui tra noi, e avendo insinuato che la prima sia stata la più importante e meritoria, vediamo se si possa modestamente asserire che così sia ancor oggi. Se, restando sempre nel campo del fisico, prendiamo in esame il secolo scorso, la tesi è provata in modo evidente: la teoria ha prosperato fruttuosamente e gli investimenti più costosi sono stati quelli per misurare, in modo assolutamente galileiano tutte le proprietà atomiche naturali di tutti gli elementi ed i loro isotopi, naturali o no. Venendo ad oggi: dobbiamo ritenere più meritorio occuparci teoricamente del Modello Standard o di matematica che non ha immediate finalità pratiche, o non piuttosto, di investire a Ginevra o a Cadarache (sede di ITER, il prototipo della fusione nucleare)? A dare retta ai media o ai politici, che sparlano di neutrini di tunnels tra Ginevra ed il Gran Sasso, di particella di Dio, di fusione sulla Terra, proprio come sul Sole, di tre (!!!) impianti in Italia per misurare le onde gravitazionali (nel Mondo intiero ce ne sono solo sette) ecc. ecc. ma tacciono su Andrew Wiles, si direbbe che investire C…‚‚, £, $ in ricerca sia molto più meritevole che mettere in essa il proprio tempo e dedizione. Però il sommo monumento intellettuale di Wiles è non meno imponente e ben più utile delle piramidi immote. Ma che cosa ha dimostrato? Che se a, b, c, n sono nri intieri, la relazione an+bn=cn, facilissimamente soddisfacibile per n=1 e selettivamente tale per n=2, non lo è assolutamente mai per ogni altro valore di n.(8) E con ciò? Che cosa si reputava prima della dimostrazione? Che l'enunciato potesse essere vero, ma che fosse indimostrabile. Ciò che è grandioso nell'esserci riusciti, è l'aver dovuto tirare in ballo tutta la matematica nota per arrivarci, come si è detto, con indubbia enfasi, aggiungendo poi "da oggi la matematica non sarà più quella di prima". La dimostrazione ebbe momenti romanzeschi: la prima volta che fu esposta conteneva un errore, corretto prima che venisse notato. Essa avrebbe richiesto attorno alle quattro ore, ma, a causa de fatto che non tutti i grandi presenti erano in grado di seguire tutti i passaggi vi furono, nella sala, molte esplicazioni tra gli uditori, il che portò a sei ore. Poi ci si accanì su di essa, ed il tempo strettamente necessario scese a tre ore, lasciando intatto il monumento ed inalterato il merito. Il tutto, in sè e per sè, non ha alcuna utilità pratica - come s'è detto l'enunciato era ritenuto valido anche prima - ma toglie definitivamente di mezzo una malignità ed un dubbio. Era già accaduto, un secolo e mezzo prima, che si fosse data una vitale dimostrazione generale, di un enunciato ritenuto vero, ma indimostrabile,(9) facendo uso di tutta la matematica allora nota. La malignità (benevola) che ne seguì, è che gli asserti della matematica sono selezionabili e quindi utilizzabili con successo per dimostrare enunciati apparentemente estranei, così come sono sempre compatibili le tessere colorate che servono a fare i mosaici: basta, fra le tante, scegliere quella adatta ed ignorare quelle che non lo sono. Ciò creò il noto dubbio di Gödel sulla coerenza di tutto l'insieme, il che è piuttosto preoccupante quando si vorrebbe che sia con Dio (in incognito?) che i Matematici parlano. Ebbene la dimostrazione di Wiles prova che le tessere che lui usò non erano fungibili come quelle del mosaico, ma erano funzionali come quelle del jig-saw puzzle che possono andare solo in un ben preciso posto prefissato, anche se non è richiesto che l'ampio quadro d'assieme, in cui situarle, sia subito determinato. E così si dissipano i dubbi di Gödel e la matematica appare essere unica, stabile, autocoerente come si suppone sia Colui che la comunica ai Matematici. Se poi è anche eterno, onnisciente ed onnipotente lasciamolo dire ad altri(10) Ma, allora, di fronte a ciò, che valore conoscitivo possono mai avere le esperienze di Ginevra e luoghi analoghi? Ú vero che costano molto di più(11) e che si pretende possano domani divenire produttrici di ricchezze (non come quelle sui reattori rapidi, chissà perché) ma sarebbe necessario fornire qualche prova in appoggio. Altrimenti il popolo, malgrado il battage pubblicitario, sarebbe indotto a sospettare che nelle ricerche costose vi siano anche motivazioni esose da parte dei ricercatori.(12) Sia ben chiaro che quanto sopra non è un invito a smetterle - chi avesse proposto di non costruire le piramidi non avrebbe fatto il bene dell'umanità, forse di qualche migliaio di schiavi - è solo un invito a presentare le ricerche costose sotto una luce meno idillica ma più problematica di quella della stampa attuale.

5) Qualche esempio del passato vicino
Poiché sia la dimostrazione di Galois che quella di Wiles sono state o sono al limite della comprensibilità, riferiamoci ad un'altra impresa, avvenuta verso il 1720, da parte del matematico francese Abraham de Moivre(13) che oggi è più facilmente comprensibile quale riunione di pezzi, già assiemati, di jig-saw puzzle in un insieme più vasto. La sua enunciazione è di portata generale, ma per renderla più attraente e sorprendente, per chi non la conosca già, la riferiamo in base ad un lemma che riunisce i nri ed i simboli più importanti di tutta la matematica.
-    Il primo è e, che vuol dire? Senza scendere troppo nel dettaglio diciamo che la relazione y=ex che dà tutti i valori y che si ottengono elevando all'esponente x (qualunque) il nro e ed ha per derivata y'=ex. Che cos'è la derivata? è la figlia primogenia di quella relazione. Poi ha per integrale ºexdx=ex. Che cos'è l'integrale? è la mamma di quella relazione. Quindi il numero e rende la figlia uguale alla mamma, uguale alla nonna: vi basta?
-    Il secondo nro è i=v-1, cioè un nro che non c'è sul pallottoliere e che è stato inventato perché non è socialmente equo che i nri negativi non posseggano la radice quadrata.(14)
-    Il terzo numero è Ò, per il quale non occorrono parole.
-    il quarto è 1, neppure.
-    Il quinto è 0, neanche.
-    I tre simboli sono ¨, +, =, ben noti.

Che cosa ne esce combinandoli? Ecco ei¨Ò+1=0 o, se volete e=-1;   eiÒ/2=i;   e2iÒ=1.
Ma se e0=1, vuol forse dire che 2iÒ=0?(15)
Se Gödel fosse stato un contemporaneo di de Moivre gli sarebbe venuto un colpo! La dimostrazione della [   ] è banale, dopo che il Sommo ci ha dimostrato che eix=cosx+isenx: * basta porre x=Ò per ottenerla. La *, invece, mise in gioco quasi tutta la matematica d'allora per essere dimostrata: i numeri reali ed immaginari; il nro e, cioè un pilastro del calcolo differenziale; la teoria delle serie, un campo in cui il cal. diff. e l'algebra si uniscono; la trigonometria. A questo punto il poeta potrebbe anche dire "Ciò parla alla mente, ma al cuor non parla affatto", tuttavia se la parola cuore viene modernamente intesa come il posto in cui convergono le motivazioni umane: conoscitive ed operative (nonché sentimentali) vedremmo che l'opera di de Moivre ha un'importanza pratica eccezionale. Intanto toglie definitivamente dal ghetto dell'astrazione, il nro i(16),e poi permette di affrontare tutte le situazioni della fisica in cui vi siano due grandezze non omogenee, correlate che intervengono congiuntamente, ma in modo variabile, come due danzatori classici (armonia inclusa). Il più maestoso uso di tutto ciò (ma è ben lungi dall'essere il solo!) lo si riscontra nei calcoli dell'elettronica, anche quella banale, industriale, che si insegna nelle scuole secondarie e poi su, su a tutti i livelli, fino a quelli della fisica particellare.(17)

6) Conclusione
Con questo rapido sguardo sul passato e sul presente si è cercato di valorizzare la matematica dai punti di vista conoscitivo, trascendente ed applicativo, a dispetto della tendenza, peraltro comprensibile, dei media che si concentrano sui fatti, come il costoso invio su Marte di un terzo robot.  In chiusura, per non essere accusato di apologia dell'indifendibile, citerò frasi (di autocritica?) che vengono da due luminari, uno di Trieste "La geometria analitica è una protesi mentale per gli imbecilli" e uno di Modena "Le eq. algebriche di II grado non servono a niente". Mi fa tanto piacere di essere di Reggio.

NOTE

1        In termini matematici odierni il legame fra lo spazio s, il tempo t, e l'accelerazione g è: s=1/2gt2. Nel tempo (t+1) si ha s1=1/2g(t+1)2, nel tempo (t+2) si ha s2=1/2g(t+2)2. Ma:
         ãs1=s1-s=1/2g(t2+2t+1-t)=1/2g(2t+1);
         ãs2=s2-s1=1/2g(t2+4t+4-t2-2t-1)=1/2g(2t+3);
         sicché ãs1/ãs2=(t2+1)/(2t+3): a destra vi è il rapporto di due consecutivi nri dispari, come enunciato da Galileo. Di più non poté fare poiché il concetto di velocità istantanea v=ds/dt gli era estraneo.

2        Con quest'espressione non si è mai voluto intendere sfiducia economico-tecnica sulla tecnologia in questione, ma sui loro sostenitori, come ben dimostra la letteratura in proposito.

3        Qualche volta magari si, moltiplicando vini, pani, pesci, ma certo non sistematicamente.

4        L'integrale di un fattor finito per un fattor differenziale è dato dal fattor finito per l'integrale del fattor differenziale meno l'integrale di: [l'integrale trovato per il differenziale del fattor finito].
5        A questo proposito si può ricordare l'opera, compiuta a Reggio dal prof. Giovanni Prodi - del Politecnico di Milano, poi della Scuola Normale Superiore di Pisa - per cercare soluzioni all'eq. di Navier, utili all'aerodinamica del velivolo, promossa dalle O.M. Reggiane. Fatto singolare, poiché, allora, esse avevano chiuso, da tempo, ogni attività nel campo.

6        Dovuti a necessità militari, poi mutuate dai fisici dei laboratori ufficiali di ricerca che, approfittando della doverosa discrezione dei loro colleghi in divisa, se ne attribuirono ogni merito.

7        In una nota fabbrica italiana di turbine a vapore si faceva, ovviamente, grande uso del testo fondamentale - John Kenneth Salisbury: "The Steam Turbines and their Cycles" - non solo per quanto riguarda tutte le attività concettuali e tecnologiche che riguardano la loro costruzione, ma anche per quelle procedurali che ne concernono la progettazione. Il tutto sulla base di una premessa, ben chiaramente enunciata: "I numerosi, complicati, ripetitivi e noiosissimi calcoli, qui descritti, difficilmente verranno eseguiti da chi ha la cultura per comprenderli. Essi dovranno quindi venire affidati a personale di minor livello che, sulla base di un'equa ricompensa, accetteranno di compierli senza capirli, producendo innumerevoli errori. Qui si danno le norme onde evitarli - per quanto possibile - identificarli se presenti e correggerli, eliminando solo lo strutto indispensabile". Questi nobili concetti si traducevano nelle seguenti procedure:
-        affidare la stessa sequenza di calcoli ad almeno due diversi calcolatori; anche più, se l'importanza del prodotto lo giustificava;
-        non far capire a nessun calcolatore chi fossero quelli a cui era stato dato lo stesso incarico;
-        affinché non arrivassero a capirlo da soli - ma, anche se, spettegolando, ci fossero arrivati, per impedire che copiassero i risultati, errori inclusi - dare a loro valori diversi dal reale, per i dati d'ingresso. Cioè: se il vapore proveniente dalla caldaia aveva portata q, temperatura T, pressione p, ad un calcolatore si diceva q+ã1q; T+ã1T; p+ã1p; all'altro q+ã2q; T+ã2T; p+ã2p. Le tabelle numeriche così ottenute venivano elaborate con "The Leverett's Interpolation Tables" che permettevano di trarre i valori che si sarebbero dovuti ottenere con  q, T, p. Ma non solo: se vi erano, in più, errori fattuali, le tav. di Leverett li manifestavano e se, tramite esse risultavano incorreggibili, il colpevole doveva rifarli in fretta, prendersi come minimo uno sguardo di riprovevole compatimento e finire sul libro nero. Ú ovvio che le relazioni sociali, nel popolatissimo dipartimento a ciò adibito, fossero pessime, sia tra i lavoratori chiamati a compiere l'incomprensibile, che verso gli ingg. chiamati a correggerne i numerosi scadenti prodotti. Negli anni di piombo non fa meraviglia che ciò abbia portato a gambizzazioni, ma poteva anche finire peggio, se la direz. non avesse rimosso i responsabili più in vista, quando si rese conto della tendenza. Poi arrivò il computer, la tensione svanì, il prodotto migliorò, ma ora solo la macchina conosce la teoria delle turbine a vapore: gli ingg. che raccolgono i risultati devono solo, e non è poco, valutarne il vantaggio esecutivo per l'officina e quello commerciale per l'ufficio vendite. Il computer, poi, ha totalmente e dottamente incorporato il classico 'The Analytical Mechanics of Gears" di Gibson permettendo così (è proprio accaduto a Reggio) che prosperasse un'industria i cui ingg., e non è poco, hanno solo il compito di passare al vaglio ciò che il computer offre loro, tra le scelte atte a soddisfare un certo problema. Miss Gleason, la grandissima teorica dell'ingranaggio, nella tomba, ne gioirà, perché ora tutti possono fare i milioni che lei fece, o ne soffrirà perché possono arrivare a far ciò senza capire alcunché?

8        Sia n=0: ao+bo=1+1=2. Ma non esiste alcun nro c tale che co=2, dato che co=1. Sia n=1 a1+b1=co, ha sempre una soluz. intiera c, una volta dati a e b intieri ce lo assicura il pallottoliere (eh, sì!). Sia n=2: si può avere 32+42=52 poiché 9+16=25 e c'è tutta una teoria per trovare gli infiniti casi simili, ma è totalmente comprobabile che, presi a e b intieri, a caso, esista un numero intiero c tale che a2+b2=c2.

9        Si tratta della dimostrazione - di Evariste Galois, povero geniale infelice giovane morto in duello subito dopo - che non  possono esistere metodi generali di risoluzione algebrica per le eq. di grado superiore al quinto. Qui, oltre notare il fatto che il reggiano Paolo Ruffini fu tra i (dimenticati) pionieri nella ricerca della prova di questo teorema, si deve  osservare che sia Galois che Wiles hanno operato dimostrazioni negative, cosa piuttosto infrequente precedentemente. Tra i due si inserisce il filosofo Popper che ne dimostra la crescente necessità quando il sapere aumenta.

10      Ú noto che gli Islamici, al posto dei tre aggettivi qui esposti ne sanno indicare 90.

11      Di ciò si era anche accorta la moglie di Einstein (pur essendo notoriamente piuttosto distratta circa altre attività del marito, più di suo interesse) quando si stupì delle spese fatte nella ricerca fisica. Essa obiettava che il marito aveva raggiunto risultati, a dire dei più, del tutto eccezionali, usando molti fogli di carta, qualche matita ed un buon numero di gomme per cancellare.

12      Giulio Cesare Croce racconta che il villano Bertoldo condannato a morte dal buon re Alboino, per un'imperdonabile mancanza di rispetto, chiese ed ottenne, quale ultima grazia, di poter essere lui a scegliere l'albero su cui essere impiccato. Partì, su di una tranquilla mula, assieme al boja, al tirapiedi, a due guardie, al sergente - gli ultimi cinque a cavallo - ma, per quanta ricerca si facesse, un albero adatto proprio non si trovava. Il sergente però aveva un salvacondotto regio per cui ogni guarnigione dava loro cibo, bevanda, alloggio, per cui la ricerca poté continuare, ancorché senza esito. Finoaché il buon re la fece sospendere perché infruttuosa, cosa che, almeno in America, ogni tanto accade anche per quelle attuali. Ma allora si agganciano a quelle europee che, avendo più contribuenti sono, di solito, meno care. Si dovrà poi anche tener conto che il mondo attuale non ha l'onestà (ne' la moralità, ne' l'etica) quale suo primo obiettivo, percui, non si dovrebbe dare per scontato, come si fa oggi, che le spese, senza confronti col passato, della ricerca attuale, siano sempre giustificate. Non manca una pubblicistica che lo nega, fornendone prove.

13      Ci si può chiedere che cosa avrebbe mai detto Hitler della sua teoria dell'Ebreo quale membro di una razza inferiore se, nell'ipotesi che lui potesse capirla, qualcuno gli avesse dimostrato il teorema di de Moivre (evidente francesizzazione di un nome ebraico riferito a Mosé). A parte il fatto che un mondo - che vede finiti Assiri, Babilonesi, Egizi, Siri, Mongoli, Persiani, Etruschi, Sabini, Longobardi, Franchi, Elleni, Romani (sì, anche loro) ma vede ancor lì gli Ebrei, sopravvissuti e moltiplicati, ancorché minoritari, senza potere, perseguitati, forzatamente dispersi - tutto può dimostrare fuorché una loro genetica inferiorità. Neppure è da trascurare il fatto che la più diffusa religiosità - quella cristiana, nelle sue diverse manifestazioni - ha origine tra gli Ebrei e ne mutua i libri sacri.

14      Resta però da vedere quanto sia generalizzante far loro avere una radice quadrata che non è omogenea con quella dei nri positivi.

15      No, ci fa per la prima volta capire che data una certa base ed un certo nro, vi sono più esponenti (logaritmi) che elevano la prima al secondo.

16      Ci avevano già provato efficacemente i matematici italiani del Rinascimento facendo vedere che anche le radici reali delle eq. algebriche di III  e IV grado si ottengono, sovente, facendo una passeggiata nel campo dei nri complessi ove il reale e l'immaginario si sommano. Ma come? non è sempre stato vietato sommare pere e mele? Sì, se si vuole esprimere il risultato con un nome specifico, ma se lo si esprime col generico "frutti", si può. Allora il nro n dato da n=a+ib non è semplicemente un "numero" ma è un nro complesso o addirittura un pto del piano (come la frutta sul vassoio).

17        Gli studenti italiani dei Licei, che trovano nella geometria analitica delle funzioni ad una sola variabile: y=f(x), il loro principale ostacolo, farebbero bene a riflettere che cosa ne sarebbe di loro, se la saggia proposta del grande matematico italiano Vito Volterra fosse passata (la fermò Benedetto Croce, senza capirla, ma gli studenti trovarono che il suo nome di battesimo fosse appropriato, così come Volterra ne trovò appropriato il cognome). Essi avrebbero dovuto studiare le funzioni cosiddette "analitiche" z=f(x+iy) cioè non di una, ma di due variabili indipendenti, d'ugual potere. Esse sono importantissime e, sotto certi aspetti, assai facili da trattare e Laplace ne ha tratto un potente grimaldello per le eq. diff. Tra l'altro come s'è detto nella nota 4), era anche con esso che Giovanni Prodi provò a Reggio, con un certo successo, a sviluppare l'aerodinamica teorica.